Dal secondo dopoguerra agli anni Ottanta, su 854 amministratori analizzati nella tesi di Valentino de Canussio, ben 292 erano operai: un viaggio nel cuore politico del Monfalconese, dove la classe lavoratrice si è fatta Stato.
Pubblichiamo una stimolante tesi di laurea di Valentino de Canussio presentata nell’anno accademico 2005-2006. La tesi ricostruisce la composizione dei Consigli comunali del mandamento Monfalconese dal secondo dopoguerra agli anni ’80.
Oltre alla puntuale fotografia del territorio e delle sue peculiarità, quello che appare e stimola la riflessione nel corso della lettura dell’approfondita ricerca, è sicuramente la differenza della composizione “sociale” delle varie amministrazioni comunali di allora confrontate con quelle attuali: è sparita quasi completamente la rappresentanza di quella che comunque è una parte consistente della società ovvero, quella del lavoro dipendente, sia operaio che impiegatizio, sia pubblico che privato ma, anche quello dell’impresa artigiana e commerciale. Senza voler fare analisi o considerazioni approfondite, va sicuramente sottolineato il fatto che per svariati motivi la disaffezione al voto procede di pari passo con il disimpegno alla politica attiva da parte di componenti importanti della società.
Proprio quando non tutte le componenti della società sono rappresentate politicamente, si possono determinare diversi problemi sul piano sia istituzionale sia sociale.La democrazia si basa sul principio della rappresentanza. Se interi gruppi sociali (per esempio minoranze etniche, religiose, linguistiche o classi sociali svantaggiate oppure, nel caso italiano, i giovani…) non trovano spazio nelle istituzioni, il sistema politico perde credibilità e legittimità. Se le politiche pubbliche tendono a riflettere prevalentemente gli interessi di chi è rappresentato, il rischio è che, per le componenti escluse, i loro bisogni vengano ignorati, le risorse redistribuite in modo squilibrato, accentuando così disuguaglianze economiche e sociali.
Nel corso dei secoli la storia ha confermato più volte che l’esclusione politica determina un profondo senso di ingiustizia, sfiducia nelle istituzioni, proteste, radicalizzazione e/o conflitti sociali.
Chi non si sente rappresentato, e su questo molti analisti attuali concordano, tende a non votare, indebolendo ulteriormente il sistema democratico e creando un circolo vizioso di esclusione. Inoltre, questa percezione, può favorire la nascita di movimenti populisti o anti-istituzionali che contestano la legittimità dell’intero sistema politico.
In sintesi, è proprio la mancata rappresentanza politica che compromette l’equilibrio democratico, aumenta le disuguaglianze e può minacciare la stabilità sociale.
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